| OGNI vizio contiene il sottile ma
netto discrimine tra il piacere e il dispiacere. Fellini ci ha mostrato
un Casanova che si non si accoppia più per godere, ma per dovere,
e copula con zelo meccanico, come un orologio a cucù, come
uno schiavo della reiterazione. Da fumatore conosco bene quel discrimine,
e odio il mio vizio più spesso di quanto lo ami. Le sigarette
godute sono una piccola minoranza, la maggioranza brucia nell'esercizio
spesso nauseante della dipendenza. I posacenere zeppi e fetidi, l'abitacolo
della macchina pregno di fumo vecchio, il mal di testa da overdose
nicotinica descrivono il fallimento di un piacere divenuto routine
irriflessiva, condanna quotidiana. Come un lavoro?
Ecco, accanto alla giusta preoccupazione sugli eccessi di zelo
dello Stato ficcanaso e salutista, è bene inserire anche
una riflessione su quanto invadente e costrittivo sia anche il tabagismo,
che ci impone un obbligo, quello di accenderne sempre una di troppo,
almeno tanto pesante, e pedante, quanto la nuova legge anti-fumo.
Per questo saluterò questo primo giorno proibizionista con
serenità, vedendo se riesco a coglierne le opportunità
sopportandone gli obblighi.
Fumare, intanto, non è vietato. È consentito laddove
non si ledano i polmoni altrui, o se non credete alla nomea funebre
del fumo passivo, dove non si colonizzi l'aria degli altri, per
i quali magari è fetore ciò che a noi sembra aroma.
Dalla mezzanotte di ieri noi fumatori abbiamo un vantaggio: siamo
indotti a riconsiderare ogni sigaretta come una scelta, un'occasione,
una piccola vacanza, e non più come un gesto ovvio e abusato.
La nuova legge impreziosisce il fumo, lo restituisce alla sua nobile
natura di vizio. Un vizio inflazionato non è più tale,
non è più un gioioso sgarro alle regole, è
un tic devastante, un meccanico obbedire.
Poiché viviamo in un'epoca bulimica, nella quale ogni qualità
diventa quantità da ingurgitare, e ogni assaggio indigestione,
qualunque discorso sul limite e sulla misura diventa per ciò
stesso interessante, e perfino seducente. Capisco le perplessità
dei miei fratelli fumatori, e condivido soprattutto l'antipatia
contro un certo maccartismo salutista che vede l'uomo come un'entità
vergine da purificare ad ogni costo.
Non voglio essere purificato, amo sentirmi moderatamente contaminato
perché ritengo che vivere e contaminarsi (e consumarsi, perché
non dobbiamo essere avari) siano quasi sinonimi. Però, se
lo spirito critico vale nei confronti dello Stato infermiere, deve
valere anche nei conti privati che ciascuno di noi fa con le proprie
abitudini, e attitudini. Il vizio, quando si trasforma in una specie
di maschera immodificabile (l'ubriaco depresso, il cocainomane sopra
le righe, il mangione che non parla d'altro, il tabagista che ti
fuma in faccia senza nemmeno chiedersi se ti avvelena l'aria) è
anch'esso artefice (nonché vittima) di un'ossessione totalitaria.
È esiziale per se stesso, ma è anche ingombrante
e sgradevole per gli altri. Il moltiplicarsi dei narcisismi ("io
sono così e mi piaccio così, che ci volete fare")
che già ammorba la convivenza sociale suggerirebbe - per
mitezza, per intelligenza - di provare, ciascuno nel suo, a contenersi,
ovvero a modificarsi, a cambiare, a non rimanere impermeabili alla
presenza e al giudizio degli altri.
Si tratterebbe, poi, più o meno di quello che i nostri vecchi
chiamavano buona educazione. Le leggi intervengono, in genere, laddove
le persone non sono più in grado di normarsi da sé
sole, di chiedersi, cioè, dove e quando il proprio diritto
invade e lede quello altrui. Così questa legge, che mi è
sommamente antipatica perché nasce (lo spiegava bene Maurizio
Ricci ieri su questo giornale) dal paternalismo di Stato, e insomma
ci tratta da discoli immaturi, mi sembra comunque una legge necessaria
e inevitabile, perché fa da contrappasso a una delle tante
incontinenze sociali, e aiuta a percepire meglio l'esistenza del
prossimo.
Fumare meno, fumare meglio potrebbe essere lo slogan giusto per
rinobilitare un vizio elegante come il tabacco, scaduto da tempo,
per colpa di noi fumatori, al rango di rovinosa e banale intossicazione
di massa.
(10 gennaio 2005) |