| HA FATTO molta impressione la
personalità del nuovo segretario di Stato americano, Condoleezza
Rice, nel corso del suo recente viaggio in Europa culminato con
l'incontro con Chirac a Parigi e con gli alleati della Nato e dell'Unione
europea a Bruxelles. Una personalità - è stato unanimemente
riconosciuto - dotata di grande fascino, di una lucidità
mentale fuori dall'ordinario e di una evidente capacità realizzatrice.
Che cosa voleva e che cosa ha chiesto la signora Rice agli alleati
europei? Due cose soprattutto: che superassero le divisioni del
recente passato con gli Stati Uniti sulla guerra irachena e che,
d'ora in poi, fossero disponibili a lavorare con il presidente Bush
contribuendo alla ricostruzione di un nuovo Stato democratico in
Iraq. Non nuove truppe da inviare, ma la preparazione di nuovi corpi
militari iracheni necessari a garantire la sicurezza nel paese,
nonché la selezione di una classe dirigente capace di autogovernarlo.
Una strategia di uscita dell'esercito angloamericano attualmente
non c'è, ha detto la Rice, aggiungendo due corollari che
tuttavia fanno a pugni tra loro. Il primo, rivolto agli europei,
è stato: "D'ora in poi dovremo decidere insieme".
Il secondo: "Ce ne andremo dall'Iraq quando il lavoro sarà
compiuto". Ma chi deciderà che il lavoro è compiuto?
E di quale lavoro esattamente si parla?
A Washington è opinione comune che per conoscere veramente
i dati della situazione bisogna farsi guidare da ciò che
dice la vera autorità della Casa Bianca, il vicepresidente
Cheney. Mai prima di lui un vicepresidente aveva contato qualcosa.
Lui invece è il vero depositario del potere.
Ebbene, Cheney, proprio mentre la Rice era in viaggio tra Europa
e Medio Oriente, ha detto qualche cosa di molto preciso su quel
famoso lavoro da compiere. Ha detto che esso sarà finalmente
compiuto quando le forze armate irachene saranno in grado di garantire
la sicurezza interna e anche quella esterna del paese. Esterna.
Cioè nei confronti dei paesi confinanti. Cioè della
Siria e soprattutto dell'Iran.
Questa precisazione non viene da Condoleezza ma da Cheney. E' chiaro
tuttavia che entrambi stanno parlando della medesima cosa, anche
perché la Rice sul tasto dell'Iran ha battuto e ribattuto
più volte.
L'opzione militare nei confronti di quel paese, ha detto la Rice,
non è in agenda ma è altrettanto evidente che non
può esser tolta dal tavolo e nessuno la toglierà.
Con l'Iran bisogna trattare duramente. Non può permettersi
di arrivare sulla soglia dell'arma nucleare.
Infine, sempre nei suoi contatti con gli alleati europei, il nuovo
segretario di Stato ha definito con efficace eloquenza la strategia
che guida il secondo mandato presidenziale di Bush: gli Usa e l'Occidente
unito debbono diffondere nel mondo gli ideali e le istituzioni della
libertà e della democrazia aiutando in tutti i modi la caduta
dei regimi illiberali e tirannici. Noi siamo certi che a questa
missione (è sempre la Rice a parlare) che incarna al tempo
stesso i valori dell'Occidente e la sua sicurezza, i nostri alleati
europei parteciperanno con piena adesione e con il contributo della
loro esperienza diplomatica, politica, culturale.
Il presidente Bush a sua volta è atteso in Europa nell'ultima
decade di febbraio. Ricalcherà certamente, ma con la maggiore
autorevolezza della carica che ricopre, le indicazioni del suo segretario
di Stato. Esalterà con parole ispirate, come è solito
fare, la missione salvifica dell'Occidente nel mondo.
Potrà vantare due esiti positivi: le elezioni irachene e
la tregua firmata a Sharm el Sheik da israeliani e palestinesi.
Sarà certamente ascoltato in tutte le capitali europee con
amicizia e rispetto. E poi?
Che cosa accadrà, che cosa dovrebbe accadere poi?
* * *
Ho letto nei giorni scorsi il saggio che sta per esser pubblicato
in versione italiana da Garzanti, di Chalmers Johnson, intitolato
"Le lacrime dell'impero". L'autore è un americano
molto critico della strategia missionaria propugnata da Bush, Rice,
Cheney (quest'ultimo in verità più attento agli interessi
che ai valori). Mi sembra opportuno trascriverne qualche passo (anticipato
sul Corriere della Sera del 9 febbraio) che sottolinea alcuni aspetti
di realtà e dà voce ad un settore importante dell'opinione
pubblica americana.
"Gli americani amano ripetere che il mondo è cambiato
per effetto degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001.
Sarebbe più corretto dire che quegli attacchi hanno prodotto
un pericoloso cambiamento nel modo di pensare di alcuni nostri leader.
Essi hanno cominciato a considerare la nostra Repubblica alla stregua
d'un vero e proprio Impero, una nuova Roma, il più grande
colosso della storia, non più vincolato al diritto internazionale,
alle preoccupazioni degli alleati o a limiti di sorta nel ricorso
alla forza militare.
Un numero crescente di persone comincia ora, in questo nostro paese,
a cogliere ciò che gran parte di non americani già
sa, e cioè che gli Stati Uniti sono qualcosa di diverso da
ciò che affermano di essere: sono un moloc militare che punta
a dominare il mondo.
Solo con estrema lentezza noi americani ci siamo resi conto del
ruolo sempre più importante assunto dalle Forze armate nel
nostro paese e dell'erosione dei fondamenti della nostra Repubblica
costituzionale per mano del potere esecutivo, vera e propria 'potenza
imperiale'.
Il raggio d'azione dell'impero americano è globale.
Nel settembre 2001 il dipartimento della Difesa contava almeno 725
basi militari al di fuori del territorio Usa. In realtà sono
assai più numerose perché in molti casi operano all'interno
di altre strutture sotto copertura di vario genere. E molte altre
ne sono state create da allora.
Ci vorrebbe una rivoluzione per riportare il Pentagono sotto il
controllo democratico, per abolire la Cia o anche solo per far rispettare
l'articolo 1, sezione 9, proposizione 7 della Costituzione americana:
'Nessuna somma dovrà essere prelevata dal Tesoro se non in
seguito a stanziamenti decretati per legge'. Questo articolo è
quello che conferisce al Congresso il suo potere e fa degli Stati
Uniti una democrazia. Ebbene, per il dipartimento della Difesa e
per la Cia come per tutte le altre agenzie d'intelligence quest'articolo
non è mai valso.
Il militarismo, l'arroganza del potere e l'imperialismo entrano
fatalmente in rotta di collisione con la struttura democratica dell'America
e ne distorcono cultura e valori fondamentali".
Questa trasformazione della superpotenza americana in una democrazia
imperiale, così lucidamente descritta da Chalmers Johnson,
si basa su dati di fatto specifici difficilmente contestabili. E'
anche vero che la potenza degli Usa nel mondo è cresciuta
anche a causa dell'incapacità europea di creare un soggetto
unitario e del vuoto culturale e politico che ha provocato l'affermarsi
in Europa e in Russia dei due totalitarismi che hanno devastato
il continente e violato ogni senso di umanità. Ma è
altrettanto vero che la democrazia imperiale cui l'America sembra
ormai essere approdata a quindici anni di distanza dalla sua vittoria
nella guerra fredda, suscita perplessità o addirittura avversione
nel resto del mondo.
La strategia missionaria lanciata da Bush non sembra uno strumento
adatto a superare quella perplessità e quell'avversione.
Nell'Europa moderna del resto le vocazioni messianiche non hanno
mai avuto fortuna. Non attecchì neppure la rivoluzione francese
quando fu portata a cavallo da Napoleone suscitando la nascita dei
nazionalismi e la reazione culturale del romanticismo. Tanto meno
ebbe fortuna la rivoluzione trotzkista nata dal Manifesto di Marx-Engels,
né il leninismo-stalinismo sorretto dal mito dell'Armata
rossa e puntellato dagli orribili lager di sterminio. Per non parlare
della missione razzista di Hitler, che è addirittura fuori
da ogni proponibilità mentale.
Lo Stato etico depositario di una qualsiasi morale cui educare i
popoli non attecchisce fortunatamente in Europa, ci vuol altro che
il resistibile fascino della Rice per renderlo accettabile nella
terra di Talleyrand.
* * *
Che cosa dunque si può fare per chiudere finalmente il bubbone
mesopotamico e quello palestinese, che nonostante qualche tenue
progresso sono ancora pericolosamente aperti?
E che cosa si può fare affinché nuovi e devastanti
conflitti non esplodano nelle mani della potenza imperiale ove mai
essa fosse tentata ancora una volta dall'opzione militare?
La tregua fra Israele e la Palestina è sicuramente la notizia
più confortante di questa agitata fase di errori e di ritardi.
Lì le condizioni per un processo positivo ci sono e lì
l'unità d'azione tra Usa ed Europa può rappresentare
un elemento decisivo. Bisogna arrivare al più presto alla
nascita dello Stato palestinese aiutando il negoziato tra le due
parti anche attraverso finanziamenti massicci che diano lavoro,
dignità e reddito stabile al popolo palestinese e rinsanguino
le stremate finanze di Israele. Un vincolo associativo con l'Ue
potrebbe anch'esso aiutare una soluzione rapida e duratura dando
speranze e prospettive di futuro alla coabitazione pacifica dei
due popoli in un così stretto fazzoletto di terra.
In Iraq, nonostante le elezioni, la partita è invece ancora
apertissima.
Apertissima col terrorismo, che attizza ogni giorno la guerra civile.
Apertissima con l'emergente potere sciita che reclama uno Stato
coranico e con l'autonomismo federalista curdo che già si
atteggia a nazione separata.
Si vedono ora gli effetti nefasti e la difficoltà di limitarli,
prodotti da chi, scoperchiando il vaso di Pandora, ha consentito
il diffondersi di una nube di veleni mortiferi in tutta la regione.
Gli alleati europei possono fare ben poco in quel contesto.
Possono soltanto collaborare alla preparazione delle forze di sicurezza
irachene e sollecitare un graduale ritiro delle forze di occupazione.
E possono auspicare il riconoscimento di solide garanzie alla minoranza
sunnita.
Ma sono parole. I fatti non dipendono da noi e neppure dall'America.
Dipendono dalle tribù irachene, dal clero che le guida,
dall'aiuto economico che gli Usa saranno in grado di offrire. L'Europa
nel suo complesso non ha voluto questa guerra; il dopoguerra ha
confermato drammaticamente che l'Europa aveva ragione. Metterci
di fronte ai fatti compiuti perseverando negli intenti missionari
è un tentativo patetico che rinvierebbe a tempo indefinito
la guarigione della piaga irachena.
Molto, ovviamente, dipende dall'opinione pubblica americana. Pongo
qui una domanda di non secondaria importanza: se nella primavera
del 2003 Bush avesse chiesto al suo paese e al Congresso di autorizzare
la guerra irachena con l'obiettivo di abbattere il regime saddamista,
sarebbe stato autorizzato a marciare? E Blair avrebbe avuto disco
verde dalla camera dei Comuni? S'inventarono la fola delle armi
di distruzione di massa per ottenere quell'autorizzazione.
Diversamente la risposta del Congresso e dei Comuni sarebbe stata
quasi certamente negativa.
La potenza imperiale, nella primavera del 2003, barò al gioco
con l'Onu, con la Comunità internazionale, con l'Europa.
Ma soprattutto con l'opinione pubblica del suo paese.
E' improbabile che possa farlo un'altra volta se non vogliamo inoltrarci
in un ventennio d'immani tensioni costellato da conflitti militari.
(13 febbraio 2005)
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