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Smog, punizione della modernità. La peste cui non riusciamo a sfuggire (Francesco Merlo)

SE ESISTESSE una Lega nativista della Terronia, uguale e contraria a quella della Padania di Bossi, forse ai suoi militanti farebbe scrivere, sui muri delle città della Magna Grecia, le città di mare e vento: "Forza smog", un po' come su certi muri del Nord ad ogni eruzione vulcanica compare "Forza Etna". Nelle città del Sud infatti non c'è lo sviluppo industriale, non c'è l'ipermotorizzazione privata, non c'è la nebbiosa umidità degli "irti colli" che ammacca la vita, attossicata dalla deiezione vaporosa della civiltà moderna.

Insomma non c'è lo smog che è il "don" del Nord, l'acqua dove nuota lo squalo dell'invivibiltà settentrionale. Lo smog del Nord è come la mafia del Sud. È infatti ubiquitario, si insinua dovunque e, in mille maniere, ammala e uccide. Nei momenti di parossismo diventa argomento di educazione civica, di catechismo morale e di corsi universitari sulla maledizione della crescita economico-sociale. E, come sta accadendo in questi giorni, spinge ad ansiose legislazioni di emergenza, benché non ci sia legge che lo possa eliminare se non si vuole strozzare lo sviluppo che si alimenta di risorse energetiche residuanti polveri sottili.

L'Occidente è città e macchina, è pietra, acciaio, luci e polveri. Già nel ?58 Calvino, con uno dei suoi più bei racconti, celebrò nello smog l'età adulta che è l'età del lavoro, "la nuvola che abitiamo e che ci abita". Dall'adolescenziale giovinezza, romantica e irresponsabile, il protagonista di Calvino entra dentro La nuvola di smog che è la nuvola della modernità e della maturità, dalla quale non si esce più, e non solo perché a ciascuna epoca e a ciascuna persona è concesso un tempo e basta, ma anche perché è ancora lo smog che produce la battaglia antismog, e non per eroismo ma per sopravvivere. L'ecologia è un lusso evoluto. Solo i ricchi inquinatori possono permettersi campagne di disinquinamento, in primis perché costano e, poi, perché purificarsi dalla smog richiede ulteriori investimenti industriali e nuova ricchezza e nuovo smog.

Proprio come accade al profetico personaggio di Calvino che diventa redattore di un quindicinale ecologista "La Purificazione", edito dall'ingegnere Cordà, presidente di un'industria inquinante: "Era il padrone dello smog, era lui che lo soffiava ininterrottamente sulla città". E la sua "Purificazione" "era una creatura dello smog nata dal bisogno di dare a chi lavorava per lo smog la speranza d'una vita che non fosse solo di smog, ma nello stesso tempo per celebrarne la potenza".

Lo smog del resto non è solo un problema industriale. È anche una maniera di vivere, di rendere bella e interessante l'immobilità senza smog, come le valli chiuse per esempio, i borghi alpini e i paesi di palude dove una volta si nasceva per morire e non per vivere. Allo smog dobbiamo il weekend, l'arte di scappare, l'evasione, il mito della seconda casa e il rito della fuga al mare o in montagna, l'industria del turismo che, a sua volta, è di nuovo inquinante.

Lo smog è la vita frettolosa, la comunicazione essenziale, il gesto secco, quell'idea di sbrigarsela che a volte produce il massimo della concentrazione, è la scrittura giornalistica, la vita rapida, una corsa sotto la pioggia acida con l'idea ingenua che correndo ci si bagni di meno. Lo smog è estetica e morale, l'eleganza dell'abito grigio, il mistero dell'eminenza grigia che sta dietro le cose, il grigio come valore e come norma interiore, il cattivo odore della virtù: "Quel giornale era scritto con espressioni sempre uguali, ripetute, grigie, con titoli che mettevano in rilievo il lato negativo delle cose. Anche il modo in cui il giornale era stato stampato era grigio, fitto fitto, monotono. E a me venne da pensare: toh, mi piace".

Lo smog è anche la discrezione dei contatti o meglio l'antropologia dell'essere discreto, dell'essere asettico, cordiale e cortese ma senza confidenza né tanto meno trasporto emotivo. Solo una dimensione da smog può partorire figure umane che partecipano senza passione, che passano per le vie della città, protette da uno scafandro narcisistico: fuori polvere di modernità e dentro voglia di pulizia e tormentata ricerca di sé: "Non c'è via di scampo/ quasi quasi mi faccio uno shampoo".

Lo smog è l'iperattivisamo nevrotico dell'uomo di città, del multiverso urbano della metropoli; è rispondere al telefonino con le mani sulla pizza e con lei che sta arrivando e già ti saluta da lontano mentre la polvere si deposita e si sposta, penetra nei polmoni e si accumula sotto le unghia: "Ora Claudia era sdraiata con la sua bianca persona sul letto, quel letto che a batterlo avrebbe alzato una nube di polvere..., avanzai le mani in un gesto che somigliava a una carezza ma era invece un voler togliere quel po' di polvere... Mi buttai sopra di lei in un abbraccio che era soprattutto un volerla coprire e proteggere, prendere su di me tutta la polvere perché lei ne fosse salva".

Alla fine, lo smog è anche fantasia. Dobbiamo allo smog l'utopia delle energie alternative, del vento e del sole, l'illusione allegra delle domeniche a piedi, della bicicletta e dei pattini a rotelle, della targhe alternate e dei bus a metano. E, ancora, l'obbligo di ripulire ogni dieci anni le facciate annerite, i vetri opachi, i davanzali ai quali non ci si può appoggiare, che è come restituire l'espressione a visi cancellati.. E poi gli slanci di ottimismo generale, le città del futuro "con quartieri giardino, fabbriche circondate da aiole e specchi d'acqua, impianti di razzi che spazzino dal cielo il fumo delle ciminiere... Io lo stavo a sentire non so se spaventato o ammirato, scoprendo come l'abile uomo d'industria e il visionario coesistessero in lui e avessero bisogno l'uno dell'altro".

Del resto, lo smog è il più pulito delle trappole urbane. Nelle grandi città un tempo si moriva di sporcizia. L'età moderna cominciò con l'editto di François I che vietava di vuotare i pitali sulle strade, di gettare gli escrementi dalle finestre. Ancora ai tempi di Napoleone le vie di Parigi erano letamai, luoghi di incubazione di epidemie di ogni tipo. Una volta c'erano il colera, il tifo e la peste; oggi c'è lo smog. L'invenzione delle fogne è anche quella dello smog, almeno per la parte relativa a smoke, e non per quella riguardante fog: mentre nascondi i residui solidi, produci quelli aerei.

Purtroppo, ancora adesso gli scarti del modo di vita meridionale hanno la consistenza solida dei rifiuti preindustriali che cercano la maniera di diventare aerei: bruciatori, discariche a cielo aperto, rivolte, inquietanti appalti criminali per riciclare rifiuti, ecomafia... Insomma, una grande voglia di smog, di inalarlo a pieni polmoni, di impolverare anche il pensiero, di renderlo denso e spesso di combustione.
A San Cono, provincia di monocoltura agraria di Catania, non c'è lo smog, ma il ficodindia "mussuto", doc. E la domenica si esce in macchina. Milano o San Cono?