| Pensavamo di aver visto tutto,
ma Punto a Capo di giovedì sera ha superato qualsiasi immaginazione.
È andato in onda lo squadrismo in tv, è andato in
onda un processo postumo al G8, ma soprattutto alla sinistra e senza
contraddittorio possibile. L’inchiesta, come l’ha chiamata
Masotti, aveva un titolo: «Genova G8, lezione di guerriglia
urbana».
Le prove: qualche filmato inedito sugli scontri, ma soprattutto
tre registrazioni di telefonate e una e-mail, secretate dai magistrati
di Cosenza che stanno indagando su una decina di no global. Atti
che non potrebbero nemmeno esser pubblicati e che vengono trasmessi
in diretta tv nell’ora di massimo ascolto. Non sono previsti
filmati con le cariche della polizia ai manifestanti, ai sessantenni
scesi in piazza con i giovani e alla gente comune. Non si dice che
a Genova è in corso un processo che vede decine di agenti
di polizia, compresi i vertici del Viminale, accusati di falso e
lesioni gravi.
Inizia così Masotti. Inizia con la faccia che sembra uno
smacco: «Abbiamo documenti scottanti, e-mail che vi faremo
vedere per dare un contributo alla verità. Ma noi non siamo
giudici, non siamo qui per questo». Una pausa e precisa: «Avevamo
invitato Agnoletto insieme al ministro Gasparri che tra poco sarà
coin noi. Ma un’ora e mezzo prima dell’inizio della
trasmissione ha declinato l'invito». Legge la motivazione:
«Indipendentemente dal fatto che, come lei ben sa, la legge
italiana vieta la diffusione di materiale depositato in sede di
indagine prima che sia giunto a conclusione il processo di appello
- scrive Agnoletto - per quanto mi riguarda non condivido e non
mi sono mai arreso all'idea che i processi, prima ancora che in
tribunale, si svolgano negli studi televisivi». Non commenta
oltre e passa a Caruso, il leader dei no global napoletani che non
ha invitato e che non è nemmeno in collegamento telefonico.
«Caruso mi preannuncia querela. Ma anche noi staremo a vedere
cosa succederà».
Stacco, parte il filmato con una manifestazione di piazza. Non
è una manifestazione qualsiasi e non è il G8. È
il corteo di sabato scorso per la liberazione di Giuliana Sgrena.
La telecamera inquadra Caruso e un gruppo di disobbedienti. In sottofondo
si sentono le loro voci scherzare con l’operatore «Ti
ammazziamo, ti ammazziamo, sei della Digos». E la risata di
un bambino. Poi l’obiettivo inquadra Caruso che sfila pacificamente
dietro uno striscione mentre viene intervistato. Masotti commenta
fuori scena: «Ecco quali sono le frasi che usano, ecco come
si comportano alle manifestazioni». Poi ammicca al pubblico:
«Consigliamo questo programma ad un pubblico adulto».
È il momento, Masotti tira fuori lo scoop, quell’intercettazione
che nessuno dovrebbe avere. Per loro è la prova. È
il 18 luglio alle 17.46, Caruso parla con un giornalista a proposito
della zona rossa posta a protezione dell'area del vertice e spiega:
«ma noi andremo oltre la zona rossa. Cioè, se ci saranno
altri muri che non saranno di ferro, saranno umani». Quanto
all'eventualità di «superare prima degli altri muri,
non è questo il problema, l'abbiamo preventivato. Cioè
che c'era prima un muro che è fatto appunto... che costa
24 milioni al mese senza gli straordinari, che è fatto coi
manganelli, coi caschi».
La scena si apre sullo studio. Sono presenti Barbara Palombelli,
Marco Rizzo, Diaconale e il ministro Gasparri. Non c’è
Casarini, non c’è Caruso. «Ecco - sorride Masotti
- abbiamo visto la preparazione alla guerriglia urbana, chiedo a
Rizzo (Comunisti italiani) un commento». «La prima cosa
che mi viene da dire della vostra trasmissione è che state
violando il segreto istruttorio e lo state facendo in televisione
- dice - Mi viene da rilevare la gravità della modalità
con cui avete usato le intercettazioni». Interviene Palombelli:
«Prendo le distanze dalla trasmissione e da Rizzo, anche perché
in questo momento dovremmo pensare al Santo Padre». Masotti
a Diaconale: «Avresti pubblicato questo materiale?».
«Sì, l’avrei pubblicato».
È la volta di Gasparri: «Sentire le affermazioni di
Caruso e Cesarini nei filmati è come fare un’intervista.
Quello che dobbiamo rilevare è che c’è una contiguità
tra la sinistra e i movimenti. Vogliamo ricordare il consigliere
D’Erme che è stato arrestato per una manifestazione
non global?». Il ministro di An non parla molto perché
arriva la seconda prova, l’altra intercettazione e gli altri
filmati. La telefonata è delle 23.48 del 16 luglio 2001,
e a pochi giorni dal G8 di Genova. Francesco Caruso parla con Pietro:
«C'è anche il Black Bloc qui con noi - dice Caruso
- allo stadio Carlini ci stanno i Black Bloc, svedesi, inglesi che
vogliono fare come Goteborg, cioè vogliono fare una cosa
assieme sul livello della disobbedienza....». Il filmato riprende
le devastazioni di Genova e Caruso che parla: «La città
è grande - dice al megafono in piazza - ci sono mille vie
e ognuno è libero di manifestare come crede». Parlano
ancora la Palombelli, e Diaconale che dice: «C’è
una verità oggettiva, la violenza di Genova è stata
organizzata. E c’è una verità giudiziale che
ha colpito soprattutto o poliziotti». Masotti interrompe:
«C’è soprattutto un rapporto con i black bloc
che è stato sempre negato». Lo ferma Rizzo, l’unica
controparte: «A Genova è stato ucciso un ragazzo e
questo non è stato proprio detto in trasmissione. A Genova
ci sono delle indagini dei magistrati sui pestaggi, quella banda
vestita di nero che sembrava uscita dalla Rinascente, quella che
avete fatto vedere adesso perché non l’ha fermata nessuno?
E Fini, perché Fini era nella caserma dei carabinieri quel
giorno?». La risposta non arriva. La trasmissione viene interrotta
per un collegamento sul Papa. Quando si torna in studio c’è
solo posto per Gasparri. L’ultimo insulto: «Qui parliamo
di violenza e toni di violenza usati dall’Unità e dal
suo direttore che dopo una vita passata come dipendente della Fiat
nei C.d.A. e nei paradisi fiscali, quasi per farsi perdonare è
diventato estremista» |