| Contusioni, ciocche di capelli tagliati,
umiliazioni di ogni genere, percosse e ingiurie. Per i magistrati
della pubblica accusa che hanno depositato sabato una memoria sui
fatti della caserma di Bolzaneto, non si è trattato di torture.
Piuttosto di una violazione dell'articolo 3 della convenzione dei
diritti umani, altrimenti detto: trattamenti inumani e degradanti.
Una scelta «prudenziale»: «Pur nella indubbia e
rilevante gravità del trattamento – hanno spiegato i
pm - la durata di permanenza è stata relativamente contenuta,
meno di due giorni, per questo solo motivo ci si è limitati
a questo tipo di contestazione e non a quello di torture».
I fatti a cui la memoria fa riferimento risalgono al luglio 2001,
ai giorni in cui s'incontrarono a Genova gli otto Paesi più
industrializzati del mondo. Insieme a loro, i rappresentanti del
movimento no global riunitisi per protestare contro il G8 e la globalizzazione.
Negli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti rimase ucciso
un ragazzo, Carlo Giuliani. La polizia irruppe nella scuola "A.
Diaz", dove dormivano i no global, compiendo violenze e arrestando
93 persone poi prosciolte: 29 poliziotti sono stati condannati per
quell'episodio. Le persone arrestate durante gli scontri finirono
nella caserma di Bolzaneto, dove secondo l'accusa, furono perpetrati
abusi ai danni dei no global per cui i pm hanno chiesto il rinvio
a giudizio di 47 persone tra poliziotti, carabinieri e personale
medico.
In quella caserma, si legge nella memoria, «sono state scritte
brutte pagine nei rapporti tra le Forze dell'Ordine ed i cittadini
italiani e stranieri. Brutte pagine di comportamenti gravi che,
se anche dovessero incontrare la prescrizione, tuttavia difficilmente
potranno essere dimenticati». «I capi ed i vertici di
quella caserma - hanno sottolineato - hanno permesso e consentito
che in quei tristi giorni del luglio 2001 si verificasse una grave
compromissione dei diritti delle persone. Ancora più grave
perché erano persone detenute, già private della loro
libertà personale; persone che in quella caserma, a prescindere
dal comportamento precedente che ve le aveva portate, erano inermi
ed impotenti, spesso ferite, quasi sempre spaventate e terrorizzate.
Non c'è emergenza che possa giustificare quello che è
accaduto».
I magistrati hanno ricordato «il taglio di ciocche di capelli
a Taline Ender, Massimiliano Spingi, e Sanchez Chicarro, lo strappo
della mano a Giuseppe Azzolina, il capo fatto infilare nella turca
a Ester Percivati, l'umiliazione di Marco Bistacchia costretto a
mettersi carponi e ad abbaiare come un cane e il pestaggio di Mohamed
Tabbach , persona con un arto artificiale».
E ancora: «A Bolzaneto sono stati adottati tutti quei meccanismi
che vengono definiti di dominio psicologico al fine di abbattere
la resistenza dei detenuti e di ridurne la dignità, cioè
costringere il detenuto a stare in piedi per ore, privarlo del sonno
del cibo e dell'acqua, esporlo a temperature estreme, esporlo a
rumori forti, minacciare di stupro soprattutto le donne».
Per la pubblica accusa «tutto ciò è potuto avvenire,
come in ogni caso di tortura, grazie alla parola chiave, l'impunità,
ovvero quel meccanismo fatto di omissioni (la negazione delle responsabilità,
la mancate indagini da parte dei responsabili delle strutture, l'assenza
di punizione degli esecutori materiali ) per cui i responsabili
non vengono puniti e le vittime terrorizzate hanno paura di denunciare
i maltrattamenti subiti».
Sotto accusa anche la scelta dell'abbigliamento da parte del personale
sanitario: «Il dirigente medico – prosegue la memoria
- non richiese che i suoi colleghi collaboratori indossassero un
abbigliamento immediatamente rilevabile come sanitario (ad esempio
camice bianco o verde tipo ospedaliero o arancione, che pure era
stato messo a disposizione) e neppure ritenne di indossarlo egli
stesso; vennero così indossati abiti borghesi e spesso addirittura
in uso alla stessa Polizia Penitenziaria». «Certo tutto
questo non è in sé penalmente rilevante - hanno commentato
i magistrati - un medico può indossare abiti borghesi e svolgere
più che correttamente il suo lavoro, ma a Bolzaneto sarebbero
stati necessari e doverosi da parte dei medici una particolare sensibilità
ed un segnale forte di dissenso rispetto al clima generale e che
fossero anche esteriormente percepibili. In tal senso era troppo
importante anche l'abbigliamento perché avrebbe evidenziato
una presa di distanza dell'area medica dal comportamento illegale
delle forze dell'ordine. Ciò non è stato». |