| di Nando Dalla Chiesa
Ora state attenti. Immaginate di essere in uno stadio immenso.
E che uno speaker dalla voce tonante annunci a un pubblico sterminato
le formazioni delle squadre, usando le cadenze ritmiche di una volta,
quelle che hanno fatto la leggenda del calcio. Immaginate di sentire
la formazione della prima squadra, che chiameremo «Costituzione
1». Eccola. Ascoltatela bene. Nenni; Einaudi, Parri; Saragat,
De Gasperi, Togliatti; Calamandrei, Moro, Pertini, Croce, Dossetti
(con panchina di lusso: Valiani, Amendola, Nitti, Terracini, La
Pira, Lazzati, Di Vittorio, Ruini, la Malfa senior...).
E immaginate poi di ascoltare, nel frastuono della folla e della
Storia, la formazione della seconda squadra, che chiameremo “Costituzione
2”. Eccola di nuovo. Ascoltate bene anche questa. Bondi; D'Onofrio,
Nania; Bossi, Calderoni, Castelli; Schifani, Pastore, Berlusconi,
Fini, Previti (con panchina assai più risicata, ma su cui
siede, lo si riconosce in lontananza, La Malfa junior).
Senza offesa per nessuno, e ben sapendo che il vero valore dei politici
lo misurano i posteri, la differenza tra le due formazioni appare
perfino imbarazzante: comunque sufficiente a dire di che cosa sia
capace l'una e di che cosa sia capace l'altra. Il guaio è
che se gli antichi godono i frutti della fama che si tributa a chi
non c'è più, i posteri godono della possibilità
di agire indisturbati contro i loro avversari. Le umane vicende
li hanno infatti resi vincitori di libere elezioni ed essi fanno
quel che gli pare.
Un autentico saccheggio di patrimonio ideale. A questo sembrava
di assistere ieri mattina al Senato. E l'amarissima sensazione si
trasferiva nei gesti, nel clima, nelle parole che pur occorreva
pronunciare. Sembrava di assistere a una grande azione di demolizione
compiuta in fretta e con poco rispetto per mura e suppellettili
(e fondatori) da una immobiliare di arricchiti, vogliosi di rifare
il cuore della città a proprio uso e consumo.
Il risultato? Fate la seguente operazione-finestra. Andate su Internet
e leggetevi il testo uscito dal Senato. E prima ancora di vedere
che cosa c'è scritto, osservate un'altra cosa, forse più
importante: la lunghezza degli articoli. E poi ficcateci dentro
il naso e, sempre prima di studiare i contenuti, guardate come quegli
articoli sono scritti. È impressionante, fa perfino impallidire
la differenza tra il testo originale e quello odierno. Tanto sono
stringati, brevi, incisivi, solenni, gli articoli della Costituzione,
tanto sono lunghi, prolissi, sbrodolati, tignosi, gli articoli di
questo guazzabuglio. Nella Carta fondativa della Repubblica c'è
una quasi plastica rassegna di princìpi. Poche parole per
scolpire i valori, i grandi punti di riferimento di un Paese che
vuole tornare alla democrazia dopo il fascismo e la tragedia bellica
e i campi di sterminio. Nel testo approvato ieri un articolo può
durare pagine, proprio come è già avvenuto nel testo
più pazzo del mondo, quello che pretende di riformare, anziché
la psiche dell'estensore, l'ordinamento giudiziario della Repubblica.
E tanto è chiaro e netto il linguaggio della Carta uscita
dalla Resistenza, al punto che anche un ragazzino la può
leggere e capire, altrettanto involuto e avvocatesco è il
linguaggio di questa Carta uscita dalla baita estiva di Lorenzago.
Più che una Costituzione, il Senato ha licenziato ieri qualcosa
che, dal punto di vista dello stile, sta a metà tra un codice
e un regolamento di condominio. Sarà un caso ma il solo articolo
che, nel cambiamento, è rimasto asciutto come prima è
quello che riguarda il bilancio dello Stato; poiché in tema
di bilanci, come sappiamo, è sempre meglio non esagerare
con obblighi e prescrizioni.
Ma perché, questa è la domanda, ad articoli brevi
e solenni si sostituiscono (come già con l'articolo 111 sul
giusto processo ai tempi dell'Ulivo) dei dettagliati ordini di servizio?
Perché la riga e mezzo dell'articolo 70 (la funzione legislativa)
diventa uno sproloquio di romanzo in burocratese? La risposta è
semplice, mortificante. Perché mancano i principi, perché
non c'è il compromesso nobile di chi costruisce qualcosa
insieme sapendo che terrà fede, nello spirito anzitutto,
all'impegno scritto. Perché è friabile il terreno
su cui si costruisce. Per questo occorrono mille aggiustamenti,
paletti, filtri, aggiunte, condizioni e riserve. Perché quasi
nulla si tiene in proprio, sulla base di un patto di fedeltà.
Ma le Costituzioni che vengono scritte così sono Costituzioni
senz'anima. Nascono morte.
Che dire a questo punto? Tornare alle critiche tante volte espresse,
sulla dittatura della maggioranza (concetto fornito di piena cittadinanza
nella storia delle dottrine politiche), sullo sbilanciamento dei
poteri, sulla corrosione delle garanzie, sul federalismo fasullo
ma con in sé il dna della secessione? Forse oggi, poiché
le scene di vita danno colori più limpidi alle battaglie
delle idee, conviene mettere nello zaino della propria memoria ciò
che si è visto e sentito. Il mio gruppo parlamentare che
ha goduto di tre-minuti-tre a testa per discutere la nuova Costituzione.
I silenzi dell'Udc, che lanciava urla strazianti invocando che si
fermasse la “deriva” in atto e che in aula ha taciuto
rigorosamente salvo parlare alla fine per la bocca del senatore
D'Onofrio; il quale, con i capelli corvini delle grandi occasioni,
ha spiegato - lui ex ministro - che in più di mezzo secolo
in Italia non c'è stato pluralismo. E poi ha pure spiegato
che non è vero che aumentano i giudici costituzionali di
nomina politica, anzi sono diminuiti. Oggi, ha assicurato, sono
cinque; ora diventeranno di meno, perché la Camera dei deputati
ne nominerà tre, e i quattro del Senato mica sono politici,
quello sarà il Senato federale. Lo volete capire o no?, ha
chiesto in segno di sfida all'opposizione. No, gli è stato
risposto in coro. E poi i motteggi dei leghisti, particolarmente
in vena contro la patria e contro lo Stato e contro Ciampi, nel
loro gioco beffardo di rimandi di banco in banco. Sono pesati e
hanno fatto clima, in generale, i silenzi della maggioranza. Una
Costituzione stupenda e modernissima, su cui in aula però
i suoi sostenitori hanno speso una minuscola manciata di interventi,
a dispetto di chi in futuro tenterà di capire le ragioni
di tanto entusiasmo attraverso gli atti parlamentari. Di corsa,
senza pathos, ma con la dovuta retorica negli interventi conclusivi.
La retorica che ha portato il senatore Pastore (nome felicisssimo
per chi guidava il mansueto e disciplinato gruppo di Forza Italia)
a giurare che la maggioranza ha le sue radici nell'antitotalitarismo,
si tratti del totalitarismo di sinistra o di destra (e questa è
un po' azzardata, ne converranno anche i “terzisti”).
La mente torna alla faccia sbigottita degli autonomisti trentini,
che si sono trovati inopinatamente buggerati - le promesse non sono
state mantenute, giuravano -, con meno autonomia di quanta ne abbiano
adesso, e questo grazie all'agognato federalismo. Torna poi, la
mente, alla dignità di Domenico Fisichella e del suo dissenso
in omaggio ai valori della Destra, o di Renzo Gubert, il sociologo
trentino dell'Udc. Torna al tricolore amaramente indossato dall'opposizione
e agli striscioni (sempre tricolori) esibiti dalla destra rimasta
sola in aula: “Nasce la nuova Italia”, “Stop ai
ribaltoni”, “Torna l'interesse nazionale”, roba
che ai leghisti un altro po' gli vien l'infarto. Tutto questo mentre
gruppi di senatori dell'opposizione si chiedono costernati e un
po' risentiti chi abbia mai deciso che si esca dall'Aula e se non
sia un dovere (civile, istituzionale, il mediatico viene dopo) quello
di lasciare scritto il proprio “no” a questa poltiglia
indigeribile; e se il voto nel nome degli italiani e della propria
coscienza sia qualcosa che si decide nelle riunioni delle segreterie
senza neanche un'assemblea di discussione con gli interessati, i
quali sono pur sempre deputati e senatori della Repubblica, mica
fanti del re.
Che questa incolta sovversione avvenga nell'anno sessantesimo dalla
Liberazione, come ha ricordato Gavino Angius, rende tutto più
simbolico. Ma deve spingere le forze della democrazia costituzionale
a ingaggiare una di quelle grandi battaglie ideali che, nel corso
della storia, danno senso alla vita dei partiti. E danno senso anche
- non sembri troppo - alla vita dei cittadini. |