ROMA - La Procura di Milano ha
chiuso l'indagine sul sequestro del cittadino egiziano Hassan Mustafa
Osama Nasr, meglio conosciuto come Abu Omar. E ne ha individuato
i responsabili, della cui identità ritiene a questo punto
di essere certa. Come riferito da un'inchiesta di Repubblica del
17 febbraio scorso, si tratta di una dozzina di agenti operativi
della Cia, per i quali il pubblico ministero Armando Spataro si
prepara ora a chiedere al giudice delle indagini preliminari Chiara
Nobili una serie di ordinanze di custodia cautelare per sequestro
di persona aggravato. "Forse cinque", ha scritto ieri
con formula dubitativa il quotidiano il Foglio. "Un numero
inesatto. Per difetto", osserva una qualificata fonte investigativa.
Ma se l'esito dell'affare giudiziario è in qualche modo
scritto, quel che accadrà di qui ai prossimi giorni rimane
al contrario volutamente avvolto in una qualche vaghezza. Sintomatica
degli ostacoli che i provvedimenti di cattura si preparano ad incontrare,
vista l'immunità di status che ne protegge i destinatari
e che Washington si prepara a eccepire. Ma sintomatica anche della
preoccupazione, che si raccoglie tra gli addetti, per un calendario
politico che annoda le conclusioni dell'inchiesta su Abu Omar non
solo e non tanto alla prossima scadenza elettorale amministrativa,
quanto alla chiusura (attesa per la fine di questo mese) del lavoro
della commissione di indagine mista sulla morte di Nicola Calipari.
I fatti di Milano, del resto, sembrano ormai sufficientemente definiti.
Il rapporto conclusivo che la Digos ha consegnato alla Procura conferma
le circostanze violente della scomparsa di Abu Omar da Milano il
17 febbraio del 2003: il suo trasferimento coatto, a bordo di un
furgone, nella base militare americana di Aviano; le violenze subite
durante l'interrogatorio notturno che ne ha preceduto il trasferimento,
il 18 febbraio, all'aeroporto del Cairo, quando viene consegnato
a quelle galere egiziane dove è tuttora detenuto. Né,
la vicenda di Abu Omar appare oggi "anomala" alla luce
del numero di identici casi svelati in quest'ultimo mese da una
campagna di stampa internazionale che si è fatta insistente.
Negli Stati Uniti (Newsweek, Chicago Tribune, Washington Post, New
York Times, Los Angeles Times), come in Europa (Sunday Times, Libération).
Parliamo del cosiddetto "programma di consegne straordinarie"
("extraordinary rendition") autorizzato all'indomani dell'11
settembre dal presidente degli Stati Uniti e da allora condotto
dalla Cia su scala mondiale. Con il sistematico sequestro di cittadini
stranieri semplicemente "sospettati" di appartenere ad
Al Qaeda e la loro consegna a "paesi terzi", come Egitto,
Giordania, Siria, nelle cui galere sono stati altrettanto sistematicamente
torturati.
A Milano, la Cia viene "tradita" da una catena di errori.
Ma, ancor prima, dall'ostinazione di un magistrato, il giudice delle
indagini preliminari Guido Salvini, che, nel maggio del 2004, sollecitando
la prosecuzione delle indagini preliminari a carico di un gruppo
di integralisti che si riteneva vicino ad Abu Omar, per primo mette
per iscritto i dubbi che avevano segnato la scomparsa dell'egiziano
più di un anno prima. "Il sequestro di Abu Omar - scriveva
Salvini - potrebbe essere attribuibile a servizi di sicurezza stranieri"
("Forse di un paese arabo", si ipotizzava allora). "In
ogni caso - annotava il giudice - la circostanza configurerebbe
un caso di "abduction" e di grave violazione della sovranità
territoriale del nostro Paese (...) E' evidente che è di
estrema importanza chiarire gli esatti contorni di questo sequestro".
Pochi mesi dopo, nell'autunno del 2004, l'inchiesta su Abu Omar
cambia di mano (il suo titolare, il pm Stefano Dambruoso, assume
un incarico per le Nazioni Unite a Vienna e viene sostituito dal
pm Armando Spataro) e conosce un'improvvisa accelerazione. Sviluppando
i dati registrati il 17 febbraio 2003 dalla "cella" telefonica
che copre via Guerzoni (il luogo dove l'egiziano è stato
sequestrato), l'indagine afferra il bandolo della matassa.
Scriveva Repubblica il 17 febbraio scorso: "La squadra operativa
Cia pasticcia parecchio lasciando tracce ovunque. Lo stesso gruppo
di cellulari è in via Guerzoni intorno alle 12. Gli stessi
cellulari si muovono verso Aviano, poco dopo. Da quei cellulari
partono telefonate al consolato americano e ad utenze della Virginia.
Un cellulare di quel gruppo viaggerà fino al Cairo il giorno
dopo. Dai cellulari si risale alle schede, dalle schede a dei nomi.
Dai nomi, agli alberghi di Milano dove il gruppo ha alloggiato e
all'agenzia di noleggio auto dove è stato preso in affitto
il furgone per l'operazione...".
Ebbene, oggi, a indagine conclusa, il "pasticcio dei cellulari"
regala qualche altro dettaglio significativo. Spiega come sia stato
possibile dare ad ogni cellulare utilizzato dalla squadra Cia un
nome. In quei giorni di febbraio del 2003, gli americani spediti
a Milano dimostrano una sorprendente ignoranza o quantomeno leggerezza
nell'uso dei telefoni. Per dirla con le parole di una fonte investigativa,
"dimostrano di saperne meno di quanto ne sappia un ricettatore
di casa nostra". Sono infatti convinti che, sostituendo le
schede dei propri cellulari, si riescano a cancellare le tracce
delle chiamate o, quantomeno, a confonderle.
Ma non è così. Gli americani sembrano ignorare che
ogni telefono cellulare ha un codice identificativo del suo hardware
("Imei", nel gergo tecnico) che lo rende "unico"
e "visibile" a prescindere dalla scheda e dall'operatore
telefonico che viene utilizzato. Per gli investigatori, dunque,
una volta identificati i codici "Imei" dei cellulari presenti
in via Guerzoni, il resto viene da sé. Così la Procura
di Milano arriva ad Aviano, alle utenze della Virginia, al Consolato
di Milano, al Cairo. Dove, se ha ragione il Chicago Tribune, il
18 febbraio 2003 atterra un Gulf Stream V di proprietà del
padrone della squadra di baseball dei "Red Sox", aereo
regolarmente affittato dalla Cia per le "operazioni di consegna
straordinaria" e a bordo del quale non è dunque peregrino
immaginare Abu Omar.
"Resta una domanda di fronte a tanta leggerezza - chiosa una
fonte investigativa - Davvero gli americani non sanno come funzionano
i cellulari a casa nostra? O, invece, era talmente sicuri del fatto
loro che non hanno ritenuto necessarie particolari precauzioni?
Magari perché qualcuno in Italia era stato avvertito?".
(26 marzo 2005)
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