| Lo staff leasing, il job on call?
E il lavoro accessorio o il job sharing, cioè il lavoro in
coppia? O, ancora, la trasformazione dei co.co.co. in co.co.pro.,
vale a dire la «promozione» da precari semplici a precari
a progetto? Un fallimento. Le nuove forme di lavoro introdotte dalla
legge 30 che avrebbero dovuto modernizzare il rigido mercato del lavoro
e spalancare a schiere di disoccupati le porte di un impiego nel nome
della flessibilità regolata, semplicemente, non esistono. O
quasi.
La loro incidenza - azzardano alla Cisl - è attorno allo
0,02 per cento. Ma più che un dato è una valutazione.
Perché a un anno e mezzo dall’entrata in vigore della
legge, che il governo ama indicare come «riforma Biagi»,
dati veri non ce ne sono. E quei pochi non vengono esibiti. Silenzio.
Il quadro dovrebbe essere fornito dalla Borsa Lavoro, istituita
nel 2003 con il decreto 276, ma la Borsa Lavoro è ancora
solo sulla carta. Mentre qualche risultato, frutto di ricerche in
corso, lo si avrà solo più avanti. «Fra sei
mesi, un anno» - spiega il professor Luciano Gallino, sociologo
del lavoro dell’Università di Torino. Nel frattempo
non resta che far ricorso all’esperienza diretta e incrociare
i dati forniti dagli istituti di statistica. Che qualcosa comunque
rivelano. E suggeriscono una prima conclusione. Da quando è
entrata in vigore la legge 30 con le sue 49 nuove forme di lavoro
previste, l’occupazione regolare non è aumentata, mentre
è cresciuto il lavoro nero. Sembra un paradosso, ma è
così. A sostenerlo non sono nè quei partiti né
quelle organizzazioni sindacali che alla «controriforma Maroni»
si sono sempre opposti. Lo dicono l’Istat e lo Svimez. Secondo
l’istituto nazionale di statistica negli ultimi due anni l’incremento
del lavoro nero è stato dell’1 per cento. Per lo Svimez
addirittura dell’1,9. Non a caso all’aumento della popolazione
attiva è corrisposto un calo della disoccupazione ufficiale
pur a fronte di un aumento assai contenuto dei nuovi posti di lavoro.
Così è interessante cercare di scoprire quale grado
di gradimento abbiano avuto, presso imprenditori e lavoratori, i
diversi istituti, ovviamente quelli «esigibili», cioè
già in vigore.
Apprendisti per sempre
Un primo dato riguarda part-time e apprendistato. Nel 2003 i dipendenti
con contratto a tempo parziale sono diminuiti di 71mila unità.
Un crollo rilevante se si pensa che, nel complesso, i lavoratori
part-time sono in tutto circa un milione. E socialmente significativo,
se si tien conto che 8 su 10 sono donne. Nel 2004, è vero,
c’è stato un parziale recupero. Ma la crescita non
è andata oltre le 24mila unità. Il saldo, insomma,
è al momento negativo, nonostante (o forse proprio per questo)
sia stata introdotta la possibilità di ricorrere al lavoro
supplementare, cioè agli straordinari, che fanno assomigliare
il lavoro part-time pericolosamente al tempo pieno. Ma con meno
diritti.
Note dolenti pure per l’apprendistato. Il decreto 276 del
2003 ha previsto la graduale scomparsa dei contratti di formazione
e lavoro. Assai utilizzati dalle imprese, con i «cfl»
venivano avviati al lavoro circa 180-200mila giovani all’anno,
soprattutto al Sud. Un decreto, nel 2004, ne ha consentito la proroga
solo per 16mila. Mentre lo stanziamento per agevolazioni per l’anno
in corso è uguale a quello previsto per il 2003 che era lo
stesso del 2002. A conti fatti - sottolineano in Cgil - mancano
all’appello circa 100mila posti. Il che, tradotto, significa
riduzione della possibilità di assunzioni agevolate per i
giovani. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare.
Tra i diversi contratti, quello di apprendistato è uno dei
più gettonati. Il motivo è semplice. Si può
applicare per un lungo periodo - dura sei anni, ma può essere
reiterato raddoppiando - e fa risparmiare all’imprenditore
un sacco di soldi. I contributi, che nel rapporto di lavoro normale
variano tra il 32 e il 37 per cento, qui sono poco più che
simbolici. Il che significa che su una retribuzione di mille euro
l’imprenditore ne risparmia 350. Non è poco. E non
è il solo vantaggio. Quando al termine dell’apprendistato
si stabilizza il rapporto, il neoassunto viene inquadrato due livelli
sotto quello «naturale». Con un ulteriore risparmio
del 4-5 per cento. E siccome il contratto può essere applicato
anche per le mansioni puramente ripetitive, l’aspetto formazione
diventa del tutto secondario. Tanto che molti giuslavoristi storcono
il naso e parlano di «eterogenesi dei fini». Rispetto
al passato, un peggioramento.
Da co.co.co. a co.co.pro.
Poi c’è il capitolo co.co.co., 407mila, secondo l’Istat
nel 2004, 800mila secondo il Cnel, oltre due milioni secondo altre
stime. Quanti di questi rapporti di generica collaborazione siano
stati trasformati, in questo anno e mezzo, in contratti a progetto
con esattezza non è dato sapere. Le valutazioni parlano di
un 50 per cento. Comunque sia - osserva il professor Gallino - nella
realtà per loro non è cambiato quasi nulla. Per i
vecchi contratti stipulati a norma di legge con la nuova legislazione
non è cambiato quasi nulla. E nulla cambia per quei co.co.co.
usati come paravento per mascherare rapporti di lavoro dipendente
se il passaggio a co.co.pro. resta una finzione. Per verificare
come e per quanti le cose siano effettivamente cambiate, però,
si deve aver pazienza. Dati ancora non ce ne sono. Ciò che
si può confermare, tabelle Istat alla mano, è che
almeno nel 50 per cento dei casi i contratti di collaborazione nascondono
un rapporto di lavoro subordinato. E che - questa volta in base
ai dati dell’Agenzia delle entrate - lo scorso anno si è
verificato un aumento abnorme delle partite Iva. Il che significa
che molti co.co.co. sono stati costretti a trasformarsi in finti
autonomi. Ancora più precari di prima. Le nuove posizioni,
aziende escluse, sono state infatti 300mila. E non tutte corrispondono
a professionisti appartenenti agli ordini professionali tradizionali.
Il flop del modello Usa
Al momento del varo del provvedimento termini come staff leasing,
job sharing, job on call (rispettivamente, contratto di somministrazione,
lavoro in coppia, lavoro a chiamata) erano diventati quasi sinonimo
di svecchiamento di un mercato del lavoro considerato come la quintessenza
della rigidità. In effetti questi istituti portano in sè
elementi di una flessibilità che il segretario nazionale
Fiom, Giorgio Cremaschi, non esita a definire «brutale».
Un anno e mezzo dopo, però, nelle fabbriche non sembra essercene
traccia. Nei contratti aziendali stipulati dopo l’entrata
in vigore della legge non hanno fatto alcuna presa. Per trovare
un esempio di lavoro a chiamata bisogna andare alla Electrolux Zanussi,
dove però era stato introdotto negli anni ’90, quando
la «30» non era neppure in gestazione. Stesso discorso
per lo staff leasing, i cui casi- spiega Alessandro Genovesi (Cgil)
- si contano sulle dita di una mano. E ancor peggio sembra andare
per il lavoro di coppia (unico posto di lavoro, ma due prestatori
d’opera che si alternano e si dividono il salario). Troppo
costosi e complicati, aggiunge Di Leccio, anche lui Cgil. E in alcuni
casi normati da regole penalizzanti e incomprensibili, come, nel
caso dello staff leasing, il co-obbligo. Di più. Il lavoro
interinale, peraltro introdotto dal «pacchetto Treu»
nel ’97, resta stabile attorno ai 160mila coinvolti.
Il lavoro saltuario, compensato con «vaucher», specie
di buoni orari comprensivi dei contributi, ancora non è operativo.
Mentre pure la liberalizzazione del lavoro a tempo determinato -
introdotta col decreto 368 del 2001 - non riesce a sfondare, arginata
com’è dalla contrattazione, che finora è riuscita
a mantenere i precedenti tetti (15%). Risultato, tre anni dopo il
decreto, i contratti a termine, in tutto circa un milione e 800mila,
sono scesi di 230mila unità.
Qualcosa, invece, si muove sul fronte dei contratti di inserimento,
quelli rivolti alle donne e ai disoccupati ultracinquantenni. Ma
ancora si tratta di poche migliaia di casi.
Estranei e complicati
I motivi? Perché in un mercato del lavoro ritenuto tanto
rigido questi strumenti di flessibilità stentano tanto ad
affermarsi?
La stessa Confindustria, che pure dovrebbe essere la prima interessata
alla loro applicazione, non si mostra particolarmente entusiasta.
Alberto Bombassei, ex numero uno di Federmeccanica ed attuale vicepresidente
delegato alle Relazioni industriali di viale dell’Astronomia,
dà, sì, una valutazione «complessivamente positiva»
della riforma. Ma quando entra nel merito pone l’accento sulla
flessibilità degli orari e dei turni, sul ricorso al part-time,
sui contratti a termine. Questioni che con la legge 30 - per la
quale, diplomaticamente, non esclude «la necessità
di qualche revisione» - nulla hanno a che fare.
«Il fatto è - spiega Luciano Gallino - che oltre aver
dato una veste legale alla precarietà preesistente - queste
nuove forme di lavoro non sono nemmeno adeguate alle esigenze economiche
delle imprese. Sono spesso troppo costose, visto che di mezzo c’è
in genere un’azienda di intermediazione, e sono troppo complicate.
Gestire fino a 49 diversi tipi di contratto dentro la stessa azienda
è una grana in più, non certo una facilitazione».
«Non c’è un interesse vero da parte delle imprese
per queste forme di lavoro - conferma il segretario confederale
Cgil, Fulvio Fammoni -. Si è voluta fare una forzatura e
l’unico risultato ottenuto è stato l’aumento
del precariato». Per dimostrare il fallimento del governo,
che puntava su una riduzione dei diritti e delle tutele per far
aumentare la buona occupazione e sconfiggere il lavoro nero, Fammoni
torna a citare l’Istat. «Dietro un collaboratore su
due si nasconde una prestazione di lavoro di fatto dipendente, mentre
l’universo dei contratti di collaborazione non è diminuito»
- ribadisce.
Un giudizio severo, anche se espresso da una diversa angolatura,
viene da casa Cisl, che pure aveva guardato con interesse alla riforma.
«La “legge Biagi” - afferma il segretario confederale
Raffaele Bonanni - non ha stravolto un bel nulla per il semplice
motivo che i nuovi strumenti introdotti hanno un’incidenza
infinitesimale. Mentre il vero scandalo degli ultimi anni, i co.co.co.
dipendenti mascherati e senza diritti, non viene affrontato nemmeno
da chi osteggia con forza la “Biagi”». Rispetto
alla Cgil che punta, in prospettiva, all’abrogazione dell’intera
normativa, Bonanni propone un’altra chiave di lettura. «Se
la abrogassimo - sostiene - cosa accadrebbe dopo? Resteremmo comunque
sommersi dalla flessibilità non contrattualizzata. Sono quindici
anni che di fatto in Italia non si riformano i rapporti di lavoro.
La questione, piuttosto, è far sì che i lavoratori
flessibili costino di più all’impresa. La ricetta deve
essere: più flessibilità uguale a più salario
e più contributi». In quest’ottica l’esponente
Cisl interpreta anche l’atteggiamento distaccato di Confindustria.
«Con due milioni e mezzo di co.co.co. e affini, con oltre
mezzo milione di rapporti di associazione in partecipazione e 350mila
ditte individuali, per loro comunque vada sarà un successo».
Deregolamentazione era, deregolamentazione resta. Ma il futuro?
Con la contrattazione, Cgil, Cisl e Uil finora hanno tenuto, del
resto non è che la controparte abbia fatto le barricate.
In alcuni settori, però, qualcosa sta cambiando.
Il 31 dicembre Federmeccanica ha disdetto la parte dell’accordo
separato firmato con Fim e Uilm nella quale si impegnava a non applicare
la legge 30. E adesso fa pressing sugli associati perché
ottengano più flessibilità di prestazione. Niente
job on call insomma, per fare un esempio, ma chi è in organico
si dia da fare con gli straordinari. E in quest’ottica Cremaschi
non concorda affatto con Bonanni. «Un aspetto negativo - sostiene
- questa legge ce l’ha e si riflette sul piano delle relazioni
sindacali, indipendentemente dall’applicazione di fattispecie
troppo complicate ed artificiose, ancora estranee alla nostra cultura
aziendale: è uno spauracchio che gli imprenditori cominciano
ad utilizzare». E che si aggiunge alla prossima liberalizzazione
degli appalti e all’applicazione della direttiva Bolkestein.
Le aziende il nuovo modello non l’hanno ancora ben assimilato
ma i primi segnali già si colgono. «In determinati
settori come la cantieristica - racconta Cremaschi - si affacciano
i primi “globalisti”. Vengono con i subappalti dai paesi
dell’Est e sono pagati con una cifra onnicomprensiva: salario,
tfr, ferie, straordinari, contributi...».
La legge 30, insomma, questo lo ha prodotto: ha eroso i confini
delle tutele e dei diritti. A danno dei lavoratori e,in particolare,dei
lavoratori più deboli. In attesa, se non verrà abrogata,
che venga applicata davvero. |